Padre Peter Madros: “Parlo e scrivo 11 lingue viventi e conosco 5 lingue morte

ERUSALEMME – In occasione della Giornata Internazionale della Lingua Madre, abbiamo avuto l’opportunità di parlare a P. Peter Madros, sacerdote del Patriarcato latino e poliglotta di Gerusalemme, in merito alla sua capacità di parlare sedici lingue e alle sue riflessioni sull’apprendimento e la traduzione delle lingue.

Quante lingue vive e morte parla? Perché ha scelto di impararle in particolare? Quali orizzonti le si sono aperti per l’apprendimento delle lingue?

Con la grazia di Dio, parlo e scrivo undici lingue vive e conosco cinque lingue morte. I miei amati genitori scelsero per me la Scuola dei Fratelli de La Salle di Gerusalemme, la mia città natale, dandomi così la possibilità di imparare correttamente: l’arabo, mia lingua madre, l’inglese e il francese. Al seminario patriarcale latino di Beit Jala, ho imparato il latino e l’italiano. Da autodidatta, ho imparato lo spagnolo, il portoghese, il tedesco, il greco moderno, l’ebraico moderno e l’olandese. Per quanto riguarda l’armeno, lingua dei miei antenati paterni, potei impararla facilmente con l’aiuto di una signora armena e di un gentiluomo del quartiere armeno.

Sono stato mandato a Roma dal defunto Patriarca Beltritti per degli “studi biblici superiori”. Lì, ho avuto duri corsi di ebraico biblico, greco biblico e aramaico. Posso chiarire subito che la padronanza di una delle lingue moderne e antiche, come l’ebraico, l’aramaico (“siriaco”) o il greco, non garantisce affatto la conoscenza dell’altra. Così, eminenti studiosi dell’Antico Testamento, perfetti in ebraico antico, non sarebbero altrettanto capaci in ebraico moderno. Il divario è ancora più grande tra il greco antico e quello moderno (non c’è modo, per eminenti studiosi del Nuovo Testamento o della Versione dei Settanta, di avere una conversazione nel greco “popolare” o di farsi capire). Per quanto riguarda l’aramaico cristiano, chiamato siriaco, ha una varietà di alfabeti e dialetti.

Dunque, gli orizzonti sono chiari: le moderne lingue europee sono le chiavi della civiltà e della teologia occidentale, dopo il greco e il latino. Le lingue bibliche e le versioni antiche hanno aiutato molto a cogliere il significato delle parole e delle espressioni bibliche, a distanza di migliaia di anni. In seguito, ho scoperto attraverso gli autori siriaci, che quell’aramaico giudeo e cristiano (siriaco) ha contribuito magnificamente a far comprendere meglio il testo coranico, dato che l’alfabeto protoarabo deriva dal siriaco o dal nabateo.

Nel 1973 ha tradotto in arabo il libro dei Salmi, per quale motivo? Quanto tempo ha impiegato? Quali sono state le difficoltà di questa impresa?

Da sacerdote molto giovane, appena ordinato, non avrei mai potuto sognare un progetto così colossale. Fu di nuovo il compianto patriarca Beltritti, che, in prima battuta, mi chiese di rivedere la vecchia versione gesuita nella quale era possibile si trovassero traduzioni errate, errori di lingua araba (a causa della traduzione letterale) e difficoltà per il canto (dei salmi, ndr). Sacerdoti “seri” scherzavano su di me e sul Patriarca, supponendo giustamente che Sua Beatitudine volesse davvero tenermi occupato, perchè non mi venissero “idee stupide”, come direbbero i tedeschi (“Um dumme Gedanken zu vermeiden”). Eravamo allora otto nuovi sacerdoti e il Patriarcato si chiedeva dove sistemarci.

Fresco di sacerdozio, e in obbedienza (nozione che purtroppo ho ridotto in qualche modo, più tardi!)  incominciai semplicemente a modificare, correggere, aggiustare una parola qui, un’espressione lì. P. Theodore Samama, un sacerdote di Betharram (di origine ebraica) mi sfidò, approfittando della mia giovane età e della mia timidezza (!). Mi disse: “Questa tua iniziativa non ha senso. I salmi sono poesie. Quindi, “pour bien faire”, per fare un buon lavoro, bisogna tradurli in stile poetico!  Io obiettai: “Oh no! Impossibile!”, prendendo sul serio la sfida e iniziando il lavoro dall’inizio in uno stile poetico con ritmo e rime. In arabo, si possono ottenere facilmente queste forme letterarie attraverso i plurali dei nomi, e attraverso forme verbali e aggettivi.

Ho subito fatto ricorso a due grandi studiosi palestinesi della lingua e della poesia araba: Anton Shomali e Wadi’ Khoury. Erano il mio “scudo naturale, roccia e roccaforte”, accanto al Signore, a San Pietro e al mio angelo custode. All’inizio, la versione fu criticata in quanto “coranica”.

Ogni volta che veniva apportata una modifica significativa, ne inserivo sempre la spiegazione o la fonte in documenti e riferimenti, nelle note a piè di pagina (che gli oppositori difficilmente leggono). Questo non fermò i critici arbitrari.

Si possono contare sedici diverse “stazioni della Croce” nella revisione, correzione e miglioramento di questa edizione approvata ufficialmente dalla nostra Conferenza episcopale nel 1975. Ci è voluto un anno e mezzo per completare la traduzione iniziale.

La maggior parte dei vescovi si sono attenuti alla decisione della Conferenza episcopale, specialmente per la Santa Messa e per la prima versione abbreviata di un Breviario edito dal defunto Monsignor George Saba, che aveva mirabilmente superato il suo orgoglio e rinunciato a un’ opera propria. Altri preferivano una nuova versione gesuita che era una versione ibrida e mescolava arbitrariamente poesia e prosa.

La nostra traduzione gerosolimitana dei Salmi – che rappresentò un evento storico e unico nella storia del nostro Patriarcato (il quale non fece mai tradurre alcun Libro Santo da nessuno dei suoi sacerdoti) – fu anche scientificamente supportata da due mie tesi di dottorato in teologia biblica (1982) e Scienze (1984). L’ultima, discussa davanti alla Pontificia Commissione biblica, presieduta personalmente dal cardinale Josef Ratzinger, era in inglese (una “prima” anche al Patriarcato) ed era in merito alle “sei traduzioni arabe del Salterio”, la sesta delle quali era nostra, con analisi completa e confronto con il testo integrale dei Salmi 42-72 (secondo la numerazione ebraica).

Così avevo pensato di rendere anche le procedure letterarie, compresi i salmi acrostici o alfabetici (un sistema che ho seguito, con molto coraggio, per le Lamentazioni alfabetiche cantate nella nostra liturgia araba della Settimana Santa), ma ha rappresentato uno sforzo e una fatica unici. Apparentemente, Delitzsch cercò di fare lo stesso, ma con molto meno successo, dato che il tedesco manca di molte lettere ebraiche, che l’arabo ha. Va da sé che molte persone hanno criticato il metodo e lo hanno liquidato come “artificiale”. Così, alla fine, pensai ai bambini del Vangelo, che non possono essere accontentati. Se traduciamo in semplice prosa, essi obiettano che i salmi sono poesie. Se li rendiamo poeticamente, la nostra versione è “artificiale e coranica”. Così, “vi abbiamo suonato il flauto e non avete ballato, abbiamo cantato un lamento e non avete pianto.” (Matteo, 11 – 17)

Ogni lavoro umano è imperfetto. Ma ci sono modi decenti e oggettivi per obiettare e suggerire idee costruttive. In realtà, in generale, i fedeli semplici, che non hanno idea dell’intero contesto e delle dispute filologiche, apprezzano la nostra versione perché poetica, secondo il genio, il pensiero e l’espressione semitici.

Un’altra sfida è stata quella della giovane età: nelle nostre società “patriarcali geriatriche”, un giovane ha difficoltà, e si sbaglia anche quando ha ragione. Molti sacerdoti pensano a se stessi come inclusi nell’infallibilità papale! Attraverso l’umiltà e la pazienza di Giobbe (uno sceicco arabo), è stato possibile sopravvivere e vincere.

Tutto questo mi fa capire meglio l’ammonimento di San Paolo alla comunità, a proposito del suo giovane compagno di lavoro e figlio spirituale, Timoteo: “Che nessuno disprezzi la tua giovane età!” (1 Tm 4,12). Più tardi, purtroppo per me dopo che diventai vecchio, molti giovani sacerdoti vennero nominati in posizioni chiave.

Se qualcuno vuole conoscere una certa cultura o religione, è sufficiente che la legga nella sua lingua madre o dovrebbe leggerla nella lingua di questa cultura o religione?

Per la letteratura, bisogna assolutamente conoscere l’originale, perché tutte le lingue hanno i loro “idiomi” che sono espressioni uniche e parole che sfidano ogni traduzione, dicono gli italiani: “Traduttore traditore!” Come si può apprezzare Shakespeare in francese o in arabo? Per questo motivo gli studiosi musulmani sostengono che è impossibile “tradurre” il Corano con precisione. Gli autori moderni suggeriscono “traduzioni esplicative” che non rivendicano l’infallibilità. Allo stesso tempo, gran parte dell’”I’djaz” (inimitabilità) scompare quando il testo passa in un’altra lingua. Per quanto riguarda la Bibbia, a parte alcuni alti pezzi letterari (come i Salmi, alcuni capolavori poetici di Isaia, le Lamentazioni, il pensiero sublime in perfetto stile greco di Luca, l’Inno alla Carità di San Paolo in “1 Cor”, che risplende come “un classico dell’ellenismo” e dell’umanità), la Bibbia raramente perde il suo valore, fondato sul significato piuttosto che sullo stile. “Amate i vostri nemici” è altrettanto eloquente e ugualmente forte e splendido in tutte le lingue e i dialetti.

Ora, per la Bibbia, ancora una volta, è richiesta la conoscenza di base del testo, nelle nostre lingue. Immaginate che il nostro povero fedele debba imparare tre lingue antiche e difficili: ebraico antico, aramaico e greco! Al giorno d’oggi, la gente non conosce molte lingue o non ne è entusiasta, perché è piuttosto preoccupata di leggere su Facebook, Twitter, Viber, Google (censurato)….. In tedesco, si fa una chiara distinzione tra “begabt”, dotato, e “begeistert”, entusiasta. (A proposito, gli atei non possono mai essere “entusiasti” o avere “entusiasmo”, semplicemente perché le parole originali greche “εν Θεός”. “en Theos” significa: “Dio dentro, avere Dio dentro”!)

Innumerevoli ricchezze si trovano nella Bibbia quando si conoscono decentemente le lingue originali. Naturalmente, l’essenziale si trasmette attraverso le traduzioni. Questa stessa conoscenza dell’originale è alla base della scienza e delle posizioni della Chiesa che non si accontenta di attingere a testi non originali. Tale conoscenza permette di riconoscere chiaramente le falsificazioni e le manipolazioni, come quelle della sede centrale dei Testimoni di Geova di Brooklyn nella cosiddetta “nuova traduzione mondiale”.

Abbiamo già accennato agli ornamenti stilistici, di solito impossibili da tradurre: giochi di parole, procedura alfabetica…. Nel salmo 89 leggiamo. “Perciò egli consumò i loro giorni in un niente” (ebraico “hebel הבל) “e i loro anni con un terrore improvviso” ((בהלה”) Il gioco sulla parola “hebel” (che dà all’ebraismo “hebel habalim”, “respiro di respiri”, “vanità di vanità”) e “behalah” è un’allitterazione interessante, che non si può facilmente rendere in altre lingue. Nella nostra versione (araba, ndr), abbiamo provato con “nafkhah” (نفخة), respiro e “khawfan” (خوفًا), terrore.

Nella traduzione “Nuovo mondo”, si trovano più di cento manipolazioni di base, anche nei testi dell’Antico Testamento, come il rendere “divisione in tre tribù” invece di ” bandiera, vessillo”, per l’ebraico “deghel דגל”. Tutto questo perché la religione non riconosce lo Stato, la patria e la bandiera!

Purtroppo, molti traduttori mancano di onestà e probità scientifica. Invece di rendere fedelmente il testo e trasmettere ciò che dice, gli fanno dire ciò che vogliono, o traducono in modo diverso la stessa parola, a seconda della loro posizione. Così, in tutto il Nuovo Testamento, molte “traduzioni” rendono accuratamente la “paradosis” ( “παράδοσις”) greca se si riferisce alle tradizioni giudaiche, ma la falsificano e la trasformano in “insegnamenti” quando si riferisce alle tradizioni cristiane apostoliche (in 1 Cor 11, 2, 2, 2 Ts 2, 14-15 e 3, 6). Tutto questo perché quelle confessioni rifiutano la “Tradizione”. Così, i lettori non trovano questa parola nella loro Bibbia che non illustra alcuna tradizione cristiana, ma solo ebraica (Mc 7; Galati 1, 13-14 ecc.).

Qual è il processo di apprendimento linguistico più efficiente? Che cosa comporta? Che consiglio ha per chi vuole imparare una nuova lingua (oltre a vivere nel paese di questa lingua)?

Il processo più efficace per imparare una nuova lingua è la pazienza, lo studio quotidiano regolare o almeno la lettura, possibilmente con CD o metodi visivi, e il contatto con interlocutori madrelingua, obbligandoli a parlare solo quella lingua. Gli ebrei hanno questo straordinario “bagno di lingua” (ma non “miqveh”) chiamato Ulpan: ti mettono in una classe dove si parla solo ebraico per diverse ore. Questo metodo imita la natura: come i bambini imparano le lingue senza bisogno di conoscere la grammatica.

Consiglio di leggere sempre qualcosa nella nuova lingua prima di andare a letto la sera. Ci è stato insegnato che durante tutta la notte (purché non ci siano bombardamenti!) il subconscio funziona e le parole ed espressioni ” entrano nella tua testa”. Un altro metodo eccellente è il contatto con persone di lingua madre. In ogni caso, senza sforzo, non si può imparare decentemente nessuna lingua! Un detto francese dice: essere talentuosi significa per il 10% “ispirazione” e per il 90%  “traspirazione”, “sudore”. Su internet, si trovano molte strade nuove. Io sono troppo vecchio per provarci.

Ha iniziato ad imparare il francese alla Scuola dei Fratelli (Collège des Frères), può spiegare il processo di insegnamento delle lingue che usò? In che cosa differisce da quello attuale?

Alla Scuola dei Frères, c’era il metodo classico, fin dalla prima infanzia, in prima elementare, si facevano tre lingue alla volta: ciononostante non siamo diventati “depressi” o “pazienti complessi” o “sovraccaricati”… parole, grammatica, verbi. Oggi si studiano “frammenti”, senza una solida struttura grammaticale e senza sintassi! Ricordo un seminario mediorientale che inviava seminaristi in Francia per ” imparare” il francese. Quei giovani uomini di Dio tornavano meno sciovinisti parlando in dialetto francese. Altri erano riusciti ad imparare l’arabo del Maghreb.

La crisi dei rifugiati è al telegiornale ventiquattro ore su ventiquattro e sette giorni su sette. Imparare una lingua diventa sempre più difficile per gli adulti, soprattutto con lingue complesse come il tedesco e il francese. Secondo lei, quali misure possono prendere sia i rifugiati che il governo ospitante per imparare meglio la nuova lingua?

La prima condizione per l’apprendimento di una nuova lingua è l’apertura mentale e la flessibilità, grazie alla constatazione che ci troviamo di fronte ad un mondo nuovo e sconosciuto che non è come il nostro. Sarebbe quindi sbagliato e poco saggio adattare questa lingua a noi e alla nostra lingua madre, anziché adattarci noi a quella lingua, mentalità, struttura e forme di espressione. Molti latini di lingua spagnola non raddoppierebbero mai nessuna lettera, parlando italiano o portoghese come se fosse spagnolo, dicendo per esempio “belisimo” invece di “bellissimo”, o “bonyorno” invece di “buon giorno”. Gli abitanti del subcontinente indiano trasformerebbero la “v” in “w” e viceversa. Molti arabi non cercherebbero mai di pronunciare la “p” e trasformarla in una “b”. Una mia buona conoscenza, una storica e ricercatrice olandese, è stata notevolmente sorpresa dall’importanza delle “api” (“bees”, in inglese, ndr) quando ha intervistato i leader palestinesi. Poi ha scoperto che si trattava della “Pace”! (in inglese “Peace”).

Come disse Papa Francesco: “Si dovrebbero risolvere i problemi di quelle nazioni in patria” piuttosto che “occuparsi dei risultati o delle conseguenze”. Un vero e autentico (insisto) rifugiato non è contento di essere un rifugiato (un parassita, un cittadino di seconda classe o un ospite) ma il suo diritto è quello di tornare a casa! Casa dolce casa!

Comunque, parlando di lingue, quando i “rifugiati” non hanno alcuna intenzione di “integrarsi” ma piuttosto di sottomettere, di soggiogare e dominare gli abitanti locali, ci sono poche possibilità che loro imparino la lingua di chi li accoglie! Questi “rifugiati” (tra i quali si infiltrano alcuni terroristi) preferiscono imporre senza mezzi termini la loro lingua, le loro credenze religiose e le loro tradizioni. Altri rifugiati hanno buona volontà e si adattano: cercano di imparare una nuova lingua. I loro figli saranno “ni chair ni poisson”, “né carne né pesce”, divisi internamente e lacerati tra due culture diverse e spesso in contraddizione con le religioni.

Intervista condotta da Saher Kawas

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